Abbiamo detto che mentre in Occitania si diffonde la poesia d’amore al Nord nel XII secolo nella zona della lingua d’Oil si diffondono le chanson de geste le canzoni che narrano episodi riguardanti le gesta degli antichi cavalieri.
La Chanson de Roland dove si narra la morte del paladino Rolando-Orlando al passo di Roncisvalle il 15 agosto 778 quando la retroguardia dell’esercito di Carlomagno partito per l’assedio di Saragozza fu distrutta dall’attacco di baschi poi trasformati anche per convenienza politica e di propaganda in saraceni.
In Germania si diffonde invece il ciclo dei Nibelunghi e in Spagna quello del Cid campeador: è ovvio che questi romanzi epici sono funzionali alla diffusione del concetto nazionalità unica presso i popoli delle monarchie europee ancora in fase di consolidamento.
Caratteristiche delle chanson de geste
Il passato viene ammantato di una luce leggendaria: le vicende storiche di Carlo Magno e dei paladini gli abitanti-custodi guerrieri del palazzo sono trasfigurate in una luce leggendaria.
Si tratta di poemi che erano trasmessi oralmente e che venivano recitati a voce alta da personaggi come il giullare che non ha molte somiglianze con la vulgata che viene tramandata dai media. Potevano essere persone coltissime che giravano le corti o guitti che divertivano la gente nelle piazze. Come vedremo alcuni giullari sono autori di poesie come ad esempio Cielo d’Alcamo con Rosa fresca et aulentissima che vedremo più avanti.
La morte di Orlando
Lo sente Orlando che ha la morte addosso: CLXVII (2259-70)
dalle orecchie gli esce fuori il cervello.
I suoi pari prega Dio a sé li chiami,
e per sé prega l’angelo Gabriele.
Prende il corno, per non averne biasimo,
e Durendal la spada nell’altra mano.
Più in là che tiri una balestra un quadrello
verso la Spagna va in un gran campo d’erba,
sale su un poggio: sotto due begli alberi
ci sono quattro grandi pietre di marmo;
sull’erba verde è caduto riverso,
e là è svenuto, perché ha la morte addosso.
Sono alti i monti, sono altissimi gli alberi; CLXVIII (2271-83)
ci son quattro pietroni di marmo lucidi.
Sull’erba verde il conte Orlando s’accascia.
Un Saraceno se ne sta lì a guardarlo,
s’è finto morto, giace in mezzo agli altri;
di sangue ha lordo tutto il corpo e il viso;
si rizza in piedi e di corsa si slancia.
È bello e forte e di grande coraggio;
per presunzione fa una follia mortale:
afferra Orlando, il suo corpo e le armi,
e dice «Vinto è il nipote di Carlo!
Questa spada la porterò in Arabia».
Allo strattone si riscuote un po’ il conte.
Lo sente Orlando che la spada gli toglie. CLXIX (2284-96)
Apre gli occhi, gli dice queste parole:
«Mi pare proprio che tu non sia dei nostri!».
Brandisce il corno, che non volle mai perdere,
gliel’abbatte sull’elmo adorno d’oro e gemme:
schianta l’acciaio con la testa e le ossa,
gli occhi dal capo glieli manda fuori,
così ai suoi piedi l’ha abbattuto morto.
E poi gli dice: «Vigliacco, come hai osato
toccare me, a ragione oppure a torto?
Non l’udrà alcuno che non ti dia del folle!
Rotto è il mio corno nella parte grossa,
ne son caduti giù il cristallo e l’oro».
Lo sente Orlando che la vista ha perduta, CLXX (2297-311)
si mette in piedi, quanto può si sforza;
il colorito del viso ha perduto.
Davanti a lui c’è una pietra bruna:
dieci colpi ci dà con dolore e con rabbia;
stride l’acciaio, non si rompe né intacca.
«Eh!», dice il conte, «santa Maria, aiuto!
Eh! Durendal, brava, quanta hai sfortuna!
Giacché perisco non potrò più difenderti.
Tanti eserciti in campo con te ho vinto,
e tante terre grandi prese in guerra
che Carlo tiene, che ha la barba canuta!
Non ti abbia alcuno che da un altro fugga!
Gran buon guerriero a lungo ti ha tenuta,
mai più uno uguale ne avrà la santa Francia».
Colpisce Orlando la pietra di Cerdagna: CLXXI (2312-37)
stride l’acciaio, non si rompe né scheggia.
Quando s’accorge che non la può infrangere,
fra sé e sé prende allora a compiangerla:
«Eh! Durendal, come sei chiara e bianca!
E come al sole splendi e mandi fiamme!
Carlo stava nei valli di Moriana
quando gli comandò Dio col suo angelo
che ti donasse a un conte capitano:
e me la cinse il re nobile, il grande.
Ci conquistai per lui Angiò e Bretagna,
ci conquistai per lui Poitou e Maine;
ci conquistai per lui Normandia franca,
ci conquistai per lui Provenza e Aquitania,
e Lombardia e tutta la Romagna;
ci conquistai per lui Baviera e tutta Fiandra,
e Bulgaria e Polonia tutta quanta,
Costantinopoli, di cui prese l’omaggio,
e in Sassonia fa lui ciò che comanda;
ci conquistai per lui Scozia ed Irlanda,
e Inghilterra, che casa sua considera;
ci conquistai per lui paesi e terre tante
che Carlo tiene, che ha la barba bianca.
Per questa spada ho dolore ed affanno:
meglio morire, che ai pagani lasciarla.
Dio padre, fa che mai ne abbia vergogna Francia!».
Colpisce Orlando su una pietra bigia, CLXXII (2338-54)
ne rompe più che io non vi so dire.
Stride la spada, non si rompe né schianta,
su verso il cielo è rimbalzata in alto.
Quando sa il conte che non potrà infrangerla,
con gran dolcezza fra sé e sé la compiange:
«E! Durendal, che sei bella e santissima!
Nel pomo d’oro c’è un bel po’ di reliquie:
un dente di san Pietro, sangue di san Basilio,
e capelli di monsignor san Dionigi,
e della veste di santa Maria un lembo.
Non è giusto che dei pagani t’adoprino,
da cristiani devi essere servita.
Non t’abbia alcuno che faccia codardia!
Ben grandi terre con te ho conquistate
che Carlo tiene, che ha la barba fiorita,
l’imperatore, e ne è grande e potente».
Lo sente Orlando che la morte l’afferra, CLXXIII (2355-65)
giù dalla testa fin sul cuore gli scende.
Fin sotto un pino se n’è andato correndo,
sull’erba verde ci si è accanto disteso,
la spada e il corno sotto sé si mette.
Volta ha la testa alla pagana gente,
e così ha fatto perché vuole davvero
che dica Carlo e con lui la sua gente
che morì il nobile conte da vincitore.
Confessa le sue colpe ripetutamente,
per i peccati in pegno offre a Dio il guanto.
Lo sente Orlando che il suo tempo è finito, CLXXIV (2366-74)
volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo;
con una mano il petto s’è battuto:
«Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù,
dei miei peccati, dei grandi e dei minori
che ho commesso da quando venni al mondo
fino ad oggi, che qui son stato preso!».
Il guanto destro perciò ha teso a Dio,
angeli scendono giù dal cielo a lui.
Il conte Orlando giace sotto un pino, CLXXV (2375-96)
verso la Spagna tiene volto il viso.
Di molte cose gli ritorna alla mente,
di tante terre quante ne prese il prode,
la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,
Carlomagno che l’allevò, suo signore;
non può impedirsi di sospirare e piangere.
Ma non si vuole dimenticare di sé,
confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:
«Vero Padre, che non hai mai mentito,
san Lazzaro da morte risuscitasti,
e Daniele dai leoni salvasti,
a me l’anima salva da tutti i pericoli
dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».
Il guanto destro porge in pegno a Dio:
San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Sopra il braccio si tiene il capo chino,
le mani giunte è arrivato alla fine.
Dio gli manda il suo angelo Cherubino
e San Michele del mare del Pericolo;
insieme a loro viene lì san Gabriele,
portan del conte l’anima in paradiso.
Forma
Da notare le ripetizioni che sono sempre presenti nella poesia antica e che servivano anche per una questione di memorizzazione e di prendere tempo per ricordare i versi successivi sia per rispodnere alla particolare platea gente che andava e veniva e che quindi aveva bisogno di formule per capire di chi si stava narrando.
La sintassi è paratattica e ricalca quindi la struttura del parlato anche per una questione di maggiore coinvolgimento degli ascoltatori.
Contenuto
Nesso tra guerra-religione-legame feudale. Al contrario che nelle poesie d’amore anche in un momento drammatico come la morte non può che essere ribadito l’ordine gerarchico piramidale tipico della società feudale.
Poiché questi componimenti avevano lo scopo sia di educare che di divertire vi compare anche l’elemento meraviglioso che tipico dell’età classica con l’intervebnto dei vari dei è qui sostituito da l’intervento di Dio.
Si tratta di un mondo che in modo manicheista è diviso in bene e male in buoni e cattivi da una parte i cristiani e dall’altra i saraceni senza nessuna possibilità di contatto o accordo.
La preghiera finale (atto da cristiano) è accompagnata dal protendersi della mano guantata che indica l’atto di fedeltà al propriio re. In morte quindi Orlando ribadisce la sua identità ferma e definita di cristiano e combattente.
Da notare che la narrazione delle vicende di Orlando riprende per alcuni versi anche un genere molto diffuso durante il Medioevo e cioè quello delle agiografie (da aghios santo).
La conferma è data dal fatto che gli angeli scendono direttamente dal cielo per prenderne l’anima e portarla in cielo.
Esercizi di analisi scritti
Il romanzo cortese-cavalleresco
Un romanzo del genere è Lancilotto che fa parte del cosidetto ciclo bretone e rappresenta un ibrido tra i due generi quello epico e il romanzo d’amore, l’autore è Chretien de Troyes.
Altri spunti giungono dalla classicità che come vedremo continuerà a fornire spunti agli autori anche in età moderna e in parte anche nell’età contemporanea.
Le vicende di Tebe, quelle di Troia e le imprese di Alessandro magfno sono tra i primi argomenti affrontati.
Altri generi sono quelli del romanzo allegorico con il Roman de la Rose dove si narra di un amante che riesce a raggiungere il giardino dell’amata e a cogliere una rosa all’interno chiara allegoria dell’atto sessuale ma anche della ricerca filosofica e i fabliaux che abbiamo già nominato.
Il romanzo cortese che si afferma nel Nord della Francia contiene anche elementi d’amore che nella seconda metà del XII secolo acquista un carattere preponderante. Per cui quell’elemento amoroso che abbbiamo visto presente nella poesia del Sud qui viene inserito in una vera e propria narrazione.
I personaggi femminili quindi vi hanno una parte centrale e così l’elemento meraviglioso che qui però al contrario della Chanson de Roland prende anche aspetti profani non legati alla religione, da qui la presenza di maghi incantesimi streghe ecc.
Altro motivo di questo genere di romanzi è la quête (pr.chet) cioè l’inchiesta o ricerca di una donna o di qualche oggetto magico dalla profonda valenza simbolica anche religiosa come il Santo Graal (il calice dell'Ultima Cena dove fu raccolto il sangue di Cristo).
Sono romanzi che devono essenzialmente divertire un pubblico raffinato come quello cortese in grado di capire i profondi riferimenti simbolici.
All’interno della narrazione come in uno specchio magico è presente la società di corte che però assume un aspetto idealizzato.
Gli autori sono colti e appartengono ad una categoria di personaggi che costituiscono una sorta di intermediazione tra mondo religioso e laico: i chierici. Sono personaggi che godono di una rendita legata a terre appartenenti alla chiesa che però sono gestite dai signori. Spesso hanno obblighi religiosi ma tuttavia non li esercitano, sono figure come quella che vedremo in Italia in seguito come quelle di petrarca e Boccaccio che pur essendo entrambi chierici hanno un atteggiamento fortenmente laico.
Romanzo deriva da roman cioè da un discorso pronunciato in lingua romanza
(Le lingue romanze o lingue latine o lingue neolatine sono le lingue derivate dal latino.)
(Le lingue romanze o lingue latine o lingue neolatine sono le lingue derivate dal latino.)
Come abbiamo detto uno degli autori più famosi è Chretien de Troyes che tra 1160 e 1180 compose una serie di romanzi dedicati ai cavalieri della tavola rotonda tra i quali Lancillotto.
Tipici di questi romanzi sono i temi del conflitto tra amore e fedeltà al re (presente in Tristano e Isotta); il romanzo di Lancillotto è citato anche da Dante nell’episodio di Paolo e Francesca
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