Abbiamo fatto lo stesso lavoro per storia. Si tratta di un work in progress...
Daniel e Mari
lunedì 21 dicembre 2015
Ungaretti
Il lavoro su Ungaretti è stato realizzato dalla 2 D dell'Istituto Pellico usando le seguenti web app:
Thinglink per le immagini interattive
Emaze per le presentazioni
Learningapps per gli esercizi
Lavoro di Chiara, Greta e Giada (un po' piccolina e affollata la cartina dell'Italia...)
Daniel e Maria Letizia
Chiara e Giada
Presentazione di Lucrezia, Francesca e Giulia

Thinglink per le immagini interattive
Emaze per le presentazioni
Learningapps per gli esercizi
Daniel e Maria Letizia
Chiara e Giada
Presentazione di Lucrezia, Francesca e Giulia

domenica 20 dicembre 2015
1. Situazione politica del due-trecento in italia
Si assiste ad una duplice bi-polarizzazione: da una parte tra impero e Chiesa dall’altra tra area settentrionale e centrale e area meridionale.
Nell’area settentrionale si forma un polo comunale composto dalle città politicamente autonome di stampo repubblicano, nell’area meridionale abbiamo una serie di forme monarchiche che si succedono:
- il regno normanno
- quello degli Svevi
- la dinastia angioina a Napoli
- quella aragonese in Sicilia
In generale mentre la vita culturale al Settentrione rimane vivace al Meridione le strutture sociali rimangono arretrate
La crisi dell’impero e della Chiesa
Dopo il 1250 con la morte di Federico II si assiste ad una maggiore libertà delle città comunali ma anche all’aumento della loro conflittualità: in assenza di un potere centrale i comuni si azzuffano tra di loro.
Anche lo stato della chiesa si trova in crisi per due motivi:
da una parte l’antagonismo con la monarchia francese che si conclude con il trasferimento della sede papale ad Avignone (1309-77)
dall’altra il fiorire, come reazione alla generale corruzione e per altri motivi spesso politici dei movimenti ereticali.
La reazione della chiesa è nella fondazione degli ordini mendicanti come quello dei domenicani (fondato da Domenico di Guzman) e quello dei francescani fondato da Francesco d’Assisi.
La civiltà comunale e le signorie in Italia nel XIV secolo
I contrasti tra i comuni prendono spunto anche da una divisione tra i partigiani del papa,i guelfi e coloro che hanno invece simpatie per l’imperatore i ghibellini. In realtà queste divisioni nascondono il conflitto per interessi economici.
In generale i ghibellini sono aristocratici mentre i guelfi appartengono alla borghesia mercantile che pur essendo formata da ricchi prende il nome generico di “popolo”.
Il conflitto si concluderà con l’organizzazione delle Signorie che in alcuni casi si trasformeranno nel corso del XV secolo in Principati cioè in signorie che fanno riferimento o alla Chiesa o all’imperatore e da una di queste autorità hanno avuto legittimazione.
Società ed economia nell’età comunale
La società va trasformandosi e da feudale ad economia chiusa diviene mercantile ed aperta ovviamente questo cambiamento economico è accompagnato da un cambiamento di ideali.
Si forma una nuova aristocrazia composta da mercanti che sono le figure protagoniste del cambiamento sociale che si fonde con la vecchia.
Si assiste al fenomeno dell’urbanizzazione con la migrazione di masse rurali che gonfiano improvvisamente la popolazione della città e sono spesso al centro di tumulti, il sovraffollamento provoca anche il decadere delle condizioni igieniche e l’insorgere delle pestilenze.
La stratificazione sociale è la seguente:
- magnati (nobili che vivono di rendita)
- popolo grasso borghesi che esercitano professioni e che sono organizzati in Arti.
- Clero
- popolo minuto bottegai piccoli funzionari
- lavoranti a giornata non specializzati e senza diritti
- i poveri come i mendicanti anch’essi organizzati in corporazioni
TORNA DOPO TRENT'ANNI IL RIVOLUZIONARIO STUDIO DI PIERO CAMPORESI SUL MONDO DEGLI EMARGINATI E TRUFFATORI NELL' ITALIA DEL RINASCIMENTO
Vagabondi e mendicanti Il libro nero dei poveri
Un classico del ' 400 ci aiuta a capire un problema attuale
«Avrete sempre i poveri con voi», sta scritto nel Vangelo; ma, se la povertà è stabile, la mendicità è fluttuante. Per un certo periodo un quartiere formicola di accattoni, e poi, da un giorno all' altro, sembra che se ne siano andati tutti: migrati come certe specie di uccelli; e noi non sappiamo se siano partiti di loro volontà, o guidati da un istinto misterioso, o costretti al trasloco da qualche autorità che ha ritenuto necessario intervenire. L' uomo o la donna che tendono la mano per chiederci un euro, o anche meno, sono gli ambasciatori di un mondo che non conosciamo; nessuno di noi, o quasi nessuno, è contrario in linea di principio a soddisfare quella richiesta; però vorremmo che esibissero credenziali attendibili; e invece sospettiamo che siano contraffatte; insomma, che non si tratti di veri bisognosi. Ognuno ha in mente un modello di accattone al quale non farebbe mancare il suo aiuto: un accattone che mendica in prima persona, e non appartiene a qualche organizzazione o confraternita o tribù di accattoni di professione; che ha sperimentato senza successo tutte le possibilità di guadagnarsi da vivere altrimenti; che non è incline all' ubriachezza o alla poltroneria; che si comporta con discrezione e si accontenta di quel che gli si dà; che prova almeno un filino di vergogna per l' attività a cui si è ridotto. Questo è il questuante ideale; ma come individuarlo, in mezzo alla folla degli altri? La nostra vasta ignoranza intorno al retroterra dell' uomo che accatta non ha frenato la nascita di dicerie e di leggende su quel mondo, che l' opinione pubblica ha sempre visto, pregiudizialmente, non come un mondo di bisognosi, ma come un mondo di furfanti e truffatori; le ha anzi, come accade, moltiplicate: sino a dar luogo a tutta una letteratura contro i mendicanti, le loro tecniche disoneste, le loro astuzie. Verso quei documenti volse la sua attenzione, a cavallo degli Anni Sessanta e Settanta, un singolarissimo saggista e investigatore di archivi, nonché scrittore: Piero Camporesi. Il suo punto di partenza fu un' opera già molto nota agli studiosi, Il Vagabondo di Rafaele Frianoro; leggendo quel testo dell' inizio del Seicento, Camporesi fu colpito da una sorta di sfasatura, che rimandava a un altro periodo storico, a un universo sociale più antico. Insomma, Camporesi ebbe il sospetto che il Frianoro si fosse ispirato a un' opera anteriore; e ne ebbe la conferma quando s' imbatté in un manoscritto latino del tardo Quattrocento, lo Speculum cerretanorum di Teseo Pini. Solo che il Frianoro non si era limitato a qualche saccheggio, ma aveva plagiato senza scrupoli il suo predecessore, senza mai citarlo: piccola truffa che in fondo si addiceva a un libro dedicato a furfanti e truffatori. Frutto di queste ricerche fu un' opera bellissima, che conteneva sia il testo di Teseo Pini, sia quello del Frianoro, più altri materiali, e 170 pagine di introduzione: Il libro dei vagabondi, uscito nel 1973 da Einaudi, e oggi ristampato da Garzanti con una prefazione di Franco Cardini. Chi legge il Pini o il Frianoro, vede sfilare l' esercito dei vagabondi, divisi per schiere o compagnie: ecco i «bianti», che esibiscono bolle pontificie e vendono indulgenze; i «felsi», che prevedono le cose future; i falsi frati; i falsi pellegrini; gli «accattosi», che affermano di essere stati prigionieri dei Turchi o dei saraceni; gli «accapponi», che «con polvere di penne abbrugiate, sangue di lepre e altre cose, fingono di avere grandissime e orrende piaghe sulla gambe»; gli «alacrimanti», che non cessano di piangere; gli «ascioni», che si fingono pazzi, o sciocchi, o sordi, o muti; gli «accadenti», o falsi epilettici; gli «attremanti», che «non tengono mai ferma la mano o il cappello»; gli «attarantati», che «fingono di essere stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto»; gli «apezzenti», che chiedono il pane; gli «affarinati», che chiedono farina con la scusa di far ostie; gli «alampadati», che vanno in cerca di olio per le lampade o le lucerne delle chiese; i «reliquiarii», che mostrano o vendono false reliquie; i «crociari», che vendono croco, cioè zafferano; gli «affamiglioli», che si trascinano dietro una prole numerosa; e molti altri ancora - per esempio i «formigotti», finti soldati che dicono di tornare da qualche guerra. Anche se alcune di queste figure conservano una loro discendenza, i mendicanti di oggi ci offrono, rispetto a quelli del tardo Medioevo, uno spettacolo meno colorato, più monotono e depresso; un tempo assimilate al mondo della «pitoccheria», molte famiglie di furfanti e ciarlatani hanno percorso brillanti carriere. Senza più infastidire i passanti, sono passate alla truffa su grande scala, e usano mezzi moderni, come la televisione. Questa separazione ha reso la mendicità agli angoli delle strade - pur alimentata dai flussi degli emigranti, per molti dei quali rappresenta una soluzione obbligata, ma temporanea - più dimessa e meno aggressiva. E tuttavia molti antichi pregiudizi sono rimasti saldi: per esempio, la sopravvalutazione dei redditi che è possibile trarre dal suo esercizio, e la convinzione che la maggioranza dei questuanti sia inquadrata in organizzazioni criminali, delle quali del resto si è sempre saputo pochissimo (su questa base, qualche tempo fa, il Consiglio Comunale di Milano esortò i cittadini a rifiutare la carità). Un' altra convinzione, tinta d' invidia, e forse oggi meno attuale, serpeggiava nel Medioevo: che i mendicanti godessero di una libertà sessuale ignota al resto della popolazione. «La storia dei falsi vagabondi è storia eminentemente letteraria, quindi fantastica, fortemente irreale e, inoltre, tendenziosa e classista», scrisse il Camporesi in un poscritto che gli fa solo onore; e più avanti: «Se la letteratura dei vagabondi e dei pitocchi riesce spesso a muovere il riso del lettore, o almeno il sorriso, se spesso diventa divertimento e buffonesca commedia, vista e letta da un ipotetico ma autentico straccione diventa ignobile pantomima, cinico travisamento e colpevole mistificazione di un dramma millenario recitato su un copione di fame, di stenti e di sangue da una moltitudine inimmaginabile di infelici sbattuti dal destino sul palcoscenico di un atroce teatro della crudeltà». Fare o non fare l' elemosina? Forse la risposta più luminosa a questo dilemma, che l' ostinata presenza dei questuanti ci ripropone quotidianamente, la diede un Padre delle Chiesa, Giovanni Crisostomo, che scrisse con parole memorabili: «Stendi la mano tua, perché non resti contratta». Aggiungeva, Giovanni Crisostomo, che non è nostro compito esaminare la vita» degli altri; insomma, non sta a noi chiedere a un questuante se ha i titoli per questuare. Molti sono ostili all' elemosina, persino nell' ambito della Chiesa: già nel Medioevo i membri degli ordini mendicanti e delle opere pie cercavano di dirottare la generosità dei fedeli verso una mendicità organizzata e autorizzata, e per questo tendevano a mettere in cattiva luce le altre forme di accattonaggio. Ma questo demandare i gesti caritatevoli a entità collettive o comunque sovrapersonali ci irrigidisce e inaridisce; rende la nostra mano contratta e anchilosata. I questuanti chiedono poco; noi, se possiamo e finché possiamo, dovremmo dare quel poco. Dovremmo darlo con semplicità e quasi con distrazione, per il solo gusto di dire: «Sì». Poi continuare la strada, provando per un istante, prima di dimenticare l' incontro, un lieve stupore perché il caso ci ha collocato non tra quelli che chiedono, ma tra quelli che dànno. L' opera «Il libro dei vagabondi», a cura di Piero Camporesi, è edita da Garzanti (pagine 574, euro 28), prefazione di Franco Cardini Piero Camporesi Il curatore del Libro dei vagabondi, Piero Camporesi (1926-1997), ha insegnato letteratura italiana a Bologna. Studioso di cultura popolare, ha curato anche un' edizione dell' Artusi, classico della cucina. Fra i suoi numerosi libri: Il pane selvaggio (Garzanti, come gli altri), La carne impassibile, Le officine dei sensi, Il sugo della vita, Camminare il mondo. Un caso di plagio Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1973, Il libro dei vagabondi curato da Piero Camporesi è costituito principalmente dal testo quattrocentesco di Teseo Pini (Speculum cerretanorum) plagiato poi dal seicentesco Il vagabondo di Rafaele Frianor
La mobilità all’interno di questa società rimane scarsa ed è esclusivamente orizzontale.
La nozione di mobilità assume aspetti differenti nelle scienze sociali. Per i demografi e gli studiosi delle popolazioni umane, il concetto di mobilità si collega al fenomeno delle migrazioni di gruppi e collettività. Fenomeno che si caratterizza in forme diverse nelle varie epoche storiche (per esempio, in passato, da aree demograficamente sovrappopolate a zone più favorevoli per condizioni ambientali a insediamenti stabili; ma anche, in epoche più recenti, come trasferimento da aree geografiche meno sviluppate ad altre più ricche di risorse, e spesso più popolose, come nei contesti urbani e metropolitani). L'esistenza di differenti livelli di sviluppo tecnologico fra comunità territorialmente contigue o comunque vicine è considerata dagli studiosi una delle condizioni fondamentali della mobilità, che in età moderna estende enormemente il proprio raggio di azione sociale (sino alla mobilità intercontinentale). In sociologia, però, la mobilità indica il movimento che consente il passaggio da uno status sociale all'altro. Attraverso processi di mobilità è cioè possibile il mutamento della condizione sociale di un individuo e le società dinamiche – come quelle industriali e postindustriali – sono caratterizzate proprio dall'intensità e dalla relativa facilità della mobilità individuale di tipo verticale (passaggio da una posizione sociale a un'altra scalando o discendendo i gradini dell'immaginaria piramide sociale). Ma più intensa è anche, nelle società industriali, la mobilità orizzontale, intesa come opportunità di mutamento di mansioni e ruoli in campo lavorativo (contro la trasmissione ereditaria delle professioni e delle competenze propria delle società tradizionali). Così come assai accelerata si presenta – rispetto ai sistemi parentali delle comunità meno tecnicamente progredite – la mobilità intergenerazionale(cambiamenti che si verificano fra una generazione e l'altra) e infragenerazionale (mobilità che interessa il ciclo di vita di un singolo individuo o gruppo). Nelle società a più elevato sviluppo scientifico e tecnologico – in coerenza con la valorizzazione delle conoscenze come risorsa strategica – sono la scuola e la formazione professionale a costituire di norma il principale veicolo di mobilità individuale, anche se istituti tradizionali, come quello del matrimonio fra partners di differente estrazione sociale, rimangono canali importanti di mobilità ascensionale. In generale, bisogna però ricordare come quello della mobilità, intesa come caratteristica fondamentale e qualificante delle società aperte, abbia costituito in parte anche un argomento ideologico, di esaltazione – qualche volta acritica – della modernità contro tutte le forme di organizzazione sociale tradizionale. In realtà, ricerche recenti sulla mobilità sociale – condotte per esempio, da J. H. Goldthorpe sulla classe operaia in Gran Bretagna, ma anche elaborate in contesti come quello francese e italiano (M. Barbagli e altri) – ridimensionano considerevolmente l'enfasi posta da molti sociologi, soprattutto nordamericani, sulla elevata e crescente mobilità di ceto e di status nelle società industriali avanzate.
Mentalità, istituzioni culturali intellettuali e pubblico nell’età comunale
Una nuova concezione del mondo e dell’uomo
Il fatto più eclatante è che la società non è più considerata immobile nei propri tre ordini di bellatores oratores e laboratores , la visione del mondo passa quindi da statica a dinamica e il mentore di questo nuovo modo di vedere le cose è il mercante che rappresenta un nuovo genere di uomo non più succube del destino ma artefice della propria vita in grado di trasformare la realtà attraverso la propria energia.
Se la realtà non è più statica è naturale che si provi il desiderio di oltrepassare i limiti tradizionali del mondo conosciuto e che i mercanti partano per cercare nuove realtà sconosciute (il caso di Marco Polo).
Se l’uomo è artefice del proprio destino di conseguenza l’importanza della religione declina e si dà più importanza ai beni materiali con una rivalutazione della sfera mondana i contrapposizione con l’ascetismo medievale.
E un mondo dove non si accettano più le antiche spiegazioni per i fenomeni naturali ma dove diventa importante osservare.
La salamandra di Marco Polo
Marco Polo scopre che la vera "salamandra" (che si credeva sopravvivesse al fuoco) non è un animale ma una roccia, dalla quale si ricava l'amianto che può essere filato come un tessuto ed è veramente in grado di resistere alle fiamme.
Quivi àe montagne ove à buone vene d'acciaio e d'andanico; e in queste montagne è un'altra vena, onde si fa la salamandra. La salamandra non è bestia, come si dice, che vive nel fuoco, ché neuno animale puote vivere nel fuoco; ma diròvi come si fa la salamandra. Uno mio compagno ch'à nome Zuficar - èe un Turchio - istede in quella contrada per lo Grande Kane signore 3 anni e facea fare queste salamandre; e disselo a me, e era persona che le vide assai volte, e io ne vidi de le fatte. Egli è vero che quella vena si cava e stringesi insie[me] e fa fila come di lana; e poscia la fa seccare e pestare in grandi mortai di covro, poscia la fanno lavare e la terra sí cade, quella che v'è apiccata, e rimane le file come di lana; e questa si fila e fassine panno da tovaglie. Fatte le tovaglie, elle sono brune, mettendole nel fuoco diventano bianche come nieve; e tutte le volte che sono sucide, si pognono nel fuoco e diventano bianche come neve. E queste sono le salamandre, e l'altre sono favole. Anco vi dico che a Roma à una di queste tovaglie che 'l Grande Kane mandò per grande presenti, perché 'l sudario del Nostro Signore vi fosse messo entro.
Or lasciamo di questa provincia e anderemo a altre province tra greco e levante.
Or lasciamo di questa provincia e anderemo a altre province tra greco e levante.
I valori mercantili
Le qualità da perseguire all’interno di questo mondo non sono più quindi quelle spirituali ma quelle di capacità amministrativa dei propri beni, di mantenimento della reputazione (perché senza reputazione non si fanno affari), di prudenza e di risparmio.
Questa visione diventa antagonistica rispetto a quella della chiesa che condanna l’attaccamento ai beni materiali e alla vita concreta.
Un mercante però può anche salvaguardare la propria anima attraverso le donazioni.
Nuovi centri di produzione e diffusione culturale
Se il monastero e la corte erano i centri di cultura principali nell’alto medioevo ecco che ne sorgono altri:
le città, con i consigli comunali e le botteghe la piazza e i giullari che fungono da incubatoio per il volgare ancora orale
In generale gli spazi urbani dove il testo viene letto ad alta voce tra persone che hanno già un'educazione letteraria
La scuola che non è piu frequentata solo da religiosi ma anche da laici che possiedono i mezzi per levarsi culturalmente spesso pero i mercanti preferiscono avere istituzioni private.
La chiesa che attraverso le prediche e la produzione e diffusione di agiografie ecc riesce ad essere una fonte di alfabetizzazione primaria anche per il pubblico comune.
La figura dell'intellettuale
Una nuova figura si sviluppa tra due e trecento è quella dell'intellettuale laico.
Il primo intellettuale è quello di corte, la corte siciliana con i suoi funzionari poeti
Il secondo tipo è quello dei comuni centro settentrionali un personaggio impegnato dal punto di vista sociale che scrive per uno scopo didattico e di divulgazione, dalla scrittura intende ricavare prestigio piuttosto che denaro.
Il terzo genere di intellettuale si impone con le signorie non è più cosi impegnato nella vita cittadina ma propone un genere di letteratura per pochi distaccato dalla realtà che ha uno scopo di diletto più che di ammaestramento.
Mentre il latino torna ad essere la lingua dei trattati e del genere colto il volgare si specializza sempre più.
La circolazione della cultura
Anche se la stampa ovviamente non è stata ancora inventata si diffonde l'uso delle copie anche presso i laici. I prezzi sono sempre altissimi ma le botteghe di copisti non solo religiose ma anche laiche e questo fa si che in qualche modo il contenuto sia più libero da censure di carattere confessionale.
Chierici come Petrarca possono costituire un piccolo patrimonio di libri con i proventi delle proprie rendite ecclesiastiche (200 testi)
La biblioteca di Petrarca
Durante il soggiorno a Venezia del 1362, Petrarca maturò l'idea che proprio la città lagunare avrebbe potuto accogliere degnamente la sua biblioteca.
In accordo con il cancelliere della Repubblica Benintendi de' Ravagnani, fu fatta la proposta allo Stato veneziano: l'insigne poeta avrebbe lasciato i propri libri all'Evangelista Marco “purché non si possano né vendere né separare”,tenuti “in un luogo sicuro... lontano dal fuoco e dalla pioggia”, affinché si conservino “perpetuamente per sua gloria, e utilità e piacere dei nobili e letterati cittadini”.
In accordo con il cancelliere della Repubblica Benintendi de' Ravagnani, fu fatta la proposta allo Stato veneziano: l'insigne poeta avrebbe lasciato i propri libri all'Evangelista Marco “purché non si possano né vendere né separare”,tenuti “in un luogo sicuro... lontano dal fuoco e dalla pioggia”, affinché si conservino “perpetuamente per sua gloria, e utilità e piacere dei nobili e letterati cittadini”.
Tale biblioteca avrebbe dovuto costituire il nucleo aggregante affinché altri manoscritti fossero acquistati, affinché altri cittadini, i patrizi, ma anche gli stranieri fossero indotti a lasciare in morte i propri libri. “In tal modo si formerà un giorno una ricca biblioteca da pareggiarsi a quelle degli antichi”.
In cambio, chiese una casa dove poter vivere sino alla morte e dove riunire i propri libri.
Il 4 settembre il Maggior Consiglio accettò la donazione “considerando quanto possa tornar a lode di Dio e del beato Marco Evangelista e ad onore e fama della città nostra” e dispose per la concessione al poeta della casa delle due torri sulla riva degli Schiavoni.
Sarebbe stato affidato ai Procuratori della chiesa di San Marco di provvedere al luogo dove i suoi libri avrebbero dovuto essere riposti e conservati dopo la sua morte.
Sarebbe stato affidato ai Procuratori della chiesa di San Marco di provvedere al luogo dove i suoi libri avrebbero dovuto essere riposti e conservati dopo la sua morte.
Già il Petrarca vedeva la futura Biblioteca veneziana che sarebbe sorta in luogo pubblico, vicino alla sede della Signoria, nella “piazza maggiore della città, con cui non altra a mio credere può venir in paragone di bellezza, e in prospetto del tempio che tutto risplende di marmi e d'oro”.
Era il lungimirante disegno dell'istituzione di una pubblica biblioteca.
Non ebbe attuazione, ma su quel l'idea si fondò la futura biblioteca di San Marco.
Era il lungimirante disegno dell'istituzione di una pubblica biblioteca.
Non ebbe attuazione, ma su quel l'idea si fondò la futura biblioteca di San Marco.
All'inizio dell'estate del 1367 Petrarca partì da Venezia, verso Pavia, per via di fiume.
Fosse stata l'accoglienza poco calda da parte degli intellettuali veneziani (la cosiddetta ingiuria degli aristotelici), fosse l'ambiente politico mutato e la morte del Benintendi, o semplicemente mutevole il suo intento, l'allontanamento da Venezia divenne definitivo e i codici ebbero nuova destinazione.
Entro il 1368 i libri giunsero a Padova, sede del suo canonicato, e ad Arquà, sua ultima dimora concessagli da Francesco Novello. I Carraresi poterono avere il meglio della biblioteca, alla morte del poeta occorsa nel 1374.
Entro il 1368 i libri giunsero a Padova, sede del suo canonicato, e ad Arquà, sua ultima dimora concessagli da Francesco Novello. I Carraresi poterono avere il meglio della biblioteca, alla morte del poeta occorsa nel 1374.
I volumi del Petrarca furono in parte dispersi, ma un buon nucleo trovò luogo nella biblioteca di Francesco da Carrara, signore di Padova.
Quest'ultima confluì nel 1388 in quella di Pavia, dei Visconti e poi degli Sforza, a propria volta migrata poi a Parigi, presso Luigi XII, ora alla Bibliothèque Nationale de France.
Quest'ultima confluì nel 1388 in quella di Pavia, dei Visconti e poi degli Sforza, a propria volta migrata poi a Parigi, presso Luigi XII, ora alla Bibliothèque Nationale de France.
La leggenda dei libri petrarcheschi a Venezia
Una leggenda suggestiva, che ha ammaliato molte generazioni di studiosi a partire dal Seicento, volle che si riconoscesse come presente, tra il Palazzo Ducale e la nuova Biblioteca di san Marco sorta nel frattempo, il residuo della cospicua e misteriosa biblioteca che il Petrarca aveva destinata a Venezia nel testo della donazione del 1362.
L’insieme dei codici, cosiddetti petrarcheschi al momento del ritrovamento, non era tuttavia che un ‘tesoretto’ di trasandatezze e incurie ma anche di scarti operati intenzionalmente.
Tra i codici marciani
Presso questa Biblioteca è conservato un codice delle Epistolae familiares copiato per Petrarca nel 1363-64, il Lat. XIII, 70 (=4309). Nelle postille apposte nell' Odissea, scritta e tradotta in interlinea da Leonzio Pilato, esemplare Gr. IX, 29 (=1007), si è riconosciuta la mano del Petrarca.
Nel codice Lat. VI, 86 (=2593) dell'ultimo Trecento, contenente De remediis utriusque fortunae (opera ultimata dal Petrarca nel 1366), già posseduto dai Domenicani ai Santi Giovanni e Paolo, vi è esplicita menzione (f. 224v) della polemica suscitata durante il soggiorno veneziano del Petrarca da quattro personaggi che lo definirono "sine litteris virum bonum": i veneziani Leonardo Dandolo, Tommaso Talenti, Zaccaria Contarini e il reggiano Guido di Bagnolo avevano inteso riaffermare la cultura averroistica, radicata a Venezia, di contro al preumanesimo platonista del Petrarca.
Amore è uno desio che ven da' core di Iacopo da Lentini
Amor è un desio che ven da core
Per abbondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l'amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
Senza vedere so 'namoramento,
ma quell'amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nascimento:
che li occhi rappresentan a lo core
d'onni cosa veden bono e rio,
com'è formata naturalmente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e li piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
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L’amore è un desiderio che proviene dal cuore
siccome abbonda il piacere che questo prova;
l’amore nasce dal contatto visivo e cresce nel
cuore,che lo nutre. Talvolta si ama senza aver visto il proprio oggetto del desiderio. ma l’amore più intenso può nascere solo alla vista dell’amata: poiché gli occhi comunicano al cuore le qualità buone e cattive, come la donna appare nella sua bellezza naturale; e il cuore che accoglie ciò concepisce quell’immagine,e quel desiderio gli piace: questo è l’amore che regna fra la gente |
Questo testo rappresenta una raccolta fenomenologica (come fenomeno intendiamo l'insieme dei casi che accadono e che riguardano un certo ambito in questo caso l'amore).
Una specie di trattato scientifico in poesia. La fonte è Andrea Cappellano http://www.classicitaliani.it/index124.htm e riprende il concetto della vista dalla quale nasce l'amore, dagli occhi l'amore arriva al cuore dove trova il nutrimento dell'immaginazione.
Anche se dal punto di vista teorico è possibile innamorarsi di qualcuno senza averlo visto Jacopo da Lentini precisa che il vero amore quello passionale è quello che nasce dalla vista.
Lessico semplice molte ripetizioni sicilianismo zo.
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Il nome sonetto deriva da suono è composto da 14 versi endecasillabi divisi in due quartine e in due terzine a rima alternata o incrociata.
E una delle forme più diffuse nella poesia italiana praticata fino al '900 e oltre.
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sabato 19 dicembre 2015
2. L'epica
Abbiamo detto che mentre in Occitania si diffonde la poesia d’amore al Nord nel XII secolo nella zona della lingua d’Oil si diffondono le chanson de geste le canzoni che narrano episodi riguardanti le gesta degli antichi cavalieri.
La Chanson de Roland dove si narra la morte del paladino Rolando-Orlando al passo di Roncisvalle il 15 agosto 778 quando la retroguardia dell’esercito di Carlomagno partito per l’assedio di Saragozza fu distrutta dall’attacco di baschi poi trasformati anche per convenienza politica e di propaganda in saraceni.
In Germania si diffonde invece il ciclo dei Nibelunghi e in Spagna quello del Cid campeador: è ovvio che questi romanzi epici sono funzionali alla diffusione del concetto nazionalità unica presso i popoli delle monarchie europee ancora in fase di consolidamento.
Caratteristiche delle chanson de geste
Il passato viene ammantato di una luce leggendaria: le vicende storiche di Carlo Magno e dei paladini gli abitanti-custodi guerrieri del palazzo sono trasfigurate in una luce leggendaria.
Si tratta di poemi che erano trasmessi oralmente e che venivano recitati a voce alta da personaggi come il giullare che non ha molte somiglianze con la vulgata che viene tramandata dai media. Potevano essere persone coltissime che giravano le corti o guitti che divertivano la gente nelle piazze. Come vedremo alcuni giullari sono autori di poesie come ad esempio Cielo d’Alcamo con Rosa fresca et aulentissima che vedremo più avanti.
La morte di Orlando
Lo sente Orlando che ha la morte addosso: CLXVII (2259-70)
dalle orecchie gli esce fuori il cervello.
I suoi pari prega Dio a sé li chiami,
e per sé prega l’angelo Gabriele.
Prende il corno, per non averne biasimo,
e Durendal la spada nell’altra mano.
Più in là che tiri una balestra un quadrello
verso la Spagna va in un gran campo d’erba,
sale su un poggio: sotto due begli alberi
ci sono quattro grandi pietre di marmo;
sull’erba verde è caduto riverso,
e là è svenuto, perché ha la morte addosso.
Sono alti i monti, sono altissimi gli alberi; CLXVIII (2271-83)
ci son quattro pietroni di marmo lucidi.
Sull’erba verde il conte Orlando s’accascia.
Un Saraceno se ne sta lì a guardarlo,
s’è finto morto, giace in mezzo agli altri;
di sangue ha lordo tutto il corpo e il viso;
si rizza in piedi e di corsa si slancia.
È bello e forte e di grande coraggio;
per presunzione fa una follia mortale:
afferra Orlando, il suo corpo e le armi,
e dice «Vinto è il nipote di Carlo!
Questa spada la porterò in Arabia».
Allo strattone si riscuote un po’ il conte.
Lo sente Orlando che la spada gli toglie. CLXIX (2284-96)
Apre gli occhi, gli dice queste parole:
«Mi pare proprio che tu non sia dei nostri!».
Brandisce il corno, che non volle mai perdere,
gliel’abbatte sull’elmo adorno d’oro e gemme:
schianta l’acciaio con la testa e le ossa,
gli occhi dal capo glieli manda fuori,
così ai suoi piedi l’ha abbattuto morto.
E poi gli dice: «Vigliacco, come hai osato
toccare me, a ragione oppure a torto?
Non l’udrà alcuno che non ti dia del folle!
Rotto è il mio corno nella parte grossa,
ne son caduti giù il cristallo e l’oro».
Lo sente Orlando che la vista ha perduta, CLXX (2297-311)
si mette in piedi, quanto può si sforza;
il colorito del viso ha perduto.
Davanti a lui c’è una pietra bruna:
dieci colpi ci dà con dolore e con rabbia;
stride l’acciaio, non si rompe né intacca.
«Eh!», dice il conte, «santa Maria, aiuto!
Eh! Durendal, brava, quanta hai sfortuna!
Giacché perisco non potrò più difenderti.
Tanti eserciti in campo con te ho vinto,
e tante terre grandi prese in guerra
che Carlo tiene, che ha la barba canuta!
Non ti abbia alcuno che da un altro fugga!
Gran buon guerriero a lungo ti ha tenuta,
mai più uno uguale ne avrà la santa Francia».
Colpisce Orlando la pietra di Cerdagna: CLXXI (2312-37)
stride l’acciaio, non si rompe né scheggia.
Quando s’accorge che non la può infrangere,
fra sé e sé prende allora a compiangerla:
«Eh! Durendal, come sei chiara e bianca!
E come al sole splendi e mandi fiamme!
Carlo stava nei valli di Moriana
quando gli comandò Dio col suo angelo
che ti donasse a un conte capitano:
e me la cinse il re nobile, il grande.
Ci conquistai per lui Angiò e Bretagna,
ci conquistai per lui Poitou e Maine;
ci conquistai per lui Normandia franca,
ci conquistai per lui Provenza e Aquitania,
e Lombardia e tutta la Romagna;
ci conquistai per lui Baviera e tutta Fiandra,
e Bulgaria e Polonia tutta quanta,
Costantinopoli, di cui prese l’omaggio,
e in Sassonia fa lui ciò che comanda;
ci conquistai per lui Scozia ed Irlanda,
e Inghilterra, che casa sua considera;
ci conquistai per lui paesi e terre tante
che Carlo tiene, che ha la barba bianca.
Per questa spada ho dolore ed affanno:
meglio morire, che ai pagani lasciarla.
Dio padre, fa che mai ne abbia vergogna Francia!».
Colpisce Orlando su una pietra bigia, CLXXII (2338-54)
ne rompe più che io non vi so dire.
Stride la spada, non si rompe né schianta,
su verso il cielo è rimbalzata in alto.
Quando sa il conte che non potrà infrangerla,
con gran dolcezza fra sé e sé la compiange:
«E! Durendal, che sei bella e santissima!
Nel pomo d’oro c’è un bel po’ di reliquie:
un dente di san Pietro, sangue di san Basilio,
e capelli di monsignor san Dionigi,
e della veste di santa Maria un lembo.
Non è giusto che dei pagani t’adoprino,
da cristiani devi essere servita.
Non t’abbia alcuno che faccia codardia!
Ben grandi terre con te ho conquistate
che Carlo tiene, che ha la barba fiorita,
l’imperatore, e ne è grande e potente».
Lo sente Orlando che la morte l’afferra, CLXXIII (2355-65)
giù dalla testa fin sul cuore gli scende.
Fin sotto un pino se n’è andato correndo,
sull’erba verde ci si è accanto disteso,
la spada e il corno sotto sé si mette.
Volta ha la testa alla pagana gente,
e così ha fatto perché vuole davvero
che dica Carlo e con lui la sua gente
che morì il nobile conte da vincitore.
Confessa le sue colpe ripetutamente,
per i peccati in pegno offre a Dio il guanto.
Lo sente Orlando che il suo tempo è finito, CLXXIV (2366-74)
volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo;
con una mano il petto s’è battuto:
«Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù,
dei miei peccati, dei grandi e dei minori
che ho commesso da quando venni al mondo
fino ad oggi, che qui son stato preso!».
Il guanto destro perciò ha teso a Dio,
angeli scendono giù dal cielo a lui.
Il conte Orlando giace sotto un pino, CLXXV (2375-96)
verso la Spagna tiene volto il viso.
Di molte cose gli ritorna alla mente,
di tante terre quante ne prese il prode,
la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,
Carlomagno che l’allevò, suo signore;
non può impedirsi di sospirare e piangere.
Ma non si vuole dimenticare di sé,
confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:
«Vero Padre, che non hai mai mentito,
san Lazzaro da morte risuscitasti,
e Daniele dai leoni salvasti,
a me l’anima salva da tutti i pericoli
dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».
Il guanto destro porge in pegno a Dio:
San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Sopra il braccio si tiene il capo chino,
le mani giunte è arrivato alla fine.
Dio gli manda il suo angelo Cherubino
e San Michele del mare del Pericolo;
insieme a loro viene lì san Gabriele,
portan del conte l’anima in paradiso.
Forma
Da notare le ripetizioni che sono sempre presenti nella poesia antica e che servivano anche per una questione di memorizzazione e di prendere tempo per ricordare i versi successivi sia per rispodnere alla particolare platea gente che andava e veniva e che quindi aveva bisogno di formule per capire di chi si stava narrando.
La sintassi è paratattica e ricalca quindi la struttura del parlato anche per una questione di maggiore coinvolgimento degli ascoltatori.
Contenuto
Nesso tra guerra-religione-legame feudale. Al contrario che nelle poesie d’amore anche in un momento drammatico come la morte non può che essere ribadito l’ordine gerarchico piramidale tipico della società feudale.
Poiché questi componimenti avevano lo scopo sia di educare che di divertire vi compare anche l’elemento meraviglioso che tipico dell’età classica con l’intervebnto dei vari dei è qui sostituito da l’intervento di Dio.
Si tratta di un mondo che in modo manicheista è diviso in bene e male in buoni e cattivi da una parte i cristiani e dall’altra i saraceni senza nessuna possibilità di contatto o accordo.
La preghiera finale (atto da cristiano) è accompagnata dal protendersi della mano guantata che indica l’atto di fedeltà al propriio re. In morte quindi Orlando ribadisce la sua identità ferma e definita di cristiano e combattente.
Da notare che la narrazione delle vicende di Orlando riprende per alcuni versi anche un genere molto diffuso durante il Medioevo e cioè quello delle agiografie (da aghios santo).
La conferma è data dal fatto che gli angeli scendono direttamente dal cielo per prenderne l’anima e portarla in cielo.
Esercizi di analisi scritti
Il romanzo cortese-cavalleresco
Un romanzo del genere è Lancilotto che fa parte del cosidetto ciclo bretone e rappresenta un ibrido tra i due generi quello epico e il romanzo d’amore, l’autore è Chretien de Troyes.
Altri spunti giungono dalla classicità che come vedremo continuerà a fornire spunti agli autori anche in età moderna e in parte anche nell’età contemporanea.
Le vicende di Tebe, quelle di Troia e le imprese di Alessandro magfno sono tra i primi argomenti affrontati.
Altri generi sono quelli del romanzo allegorico con il Roman de la Rose dove si narra di un amante che riesce a raggiungere il giardino dell’amata e a cogliere una rosa all’interno chiara allegoria dell’atto sessuale ma anche della ricerca filosofica e i fabliaux che abbiamo già nominato.
Il romanzo cortese che si afferma nel Nord della Francia contiene anche elementi d’amore che nella seconda metà del XII secolo acquista un carattere preponderante. Per cui quell’elemento amoroso che abbbiamo visto presente nella poesia del Sud qui viene inserito in una vera e propria narrazione.
I personaggi femminili quindi vi hanno una parte centrale e così l’elemento meraviglioso che qui però al contrario della Chanson de Roland prende anche aspetti profani non legati alla religione, da qui la presenza di maghi incantesimi streghe ecc.
Altro motivo di questo genere di romanzi è la quête (pr.chet) cioè l’inchiesta o ricerca di una donna o di qualche oggetto magico dalla profonda valenza simbolica anche religiosa come il Santo Graal (il calice dell'Ultima Cena dove fu raccolto il sangue di Cristo).
Sono romanzi che devono essenzialmente divertire un pubblico raffinato come quello cortese in grado di capire i profondi riferimenti simbolici.
All’interno della narrazione come in uno specchio magico è presente la società di corte che però assume un aspetto idealizzato.
Gli autori sono colti e appartengono ad una categoria di personaggi che costituiscono una sorta di intermediazione tra mondo religioso e laico: i chierici. Sono personaggi che godono di una rendita legata a terre appartenenti alla chiesa che però sono gestite dai signori. Spesso hanno obblighi religiosi ma tuttavia non li esercitano, sono figure come quella che vedremo in Italia in seguito come quelle di petrarca e Boccaccio che pur essendo entrambi chierici hanno un atteggiamento fortenmente laico.
Romanzo deriva da roman cioè da un discorso pronunciato in lingua romanza
(Le lingue romanze o lingue latine o lingue neolatine sono le lingue derivate dal latino.)
(Le lingue romanze o lingue latine o lingue neolatine sono le lingue derivate dal latino.)
Come abbiamo detto uno degli autori più famosi è Chretien de Troyes che tra 1160 e 1180 compose una serie di romanzi dedicati ai cavalieri della tavola rotonda tra i quali Lancillotto.
Tipici di questi romanzi sono i temi del conflitto tra amore e fedeltà al re (presente in Tristano e Isotta); il romanzo di Lancillotto è citato anche da Dante nell’episodio di Paolo e Francesca
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